Passò più di una settimana. Più di una settimana intera. Giorni pieni di scuola, compiti, interrogazioni, ricreazioni troppo corte e domande troppo grandi. E di Coach Ricci nemmeno l’ombra. Era come se fosse sparito. Giosuè lo aveva cercato ovunque. In palestra. Nel corridoio degli spogliatoi. Vicino alla bacheca della squadra. Perfino nel cortile, dove di solito il coach passava almeno una volta durante l’intervallo, con il fischietto al collo e quello sguardo da persona che vedeva cose che gli altri non vedevano. Niente. Riccardo Ricci, l’allenatore che sulla Terra sembrava solo un ex professionista di basket, ma che nel Campo Soglia era Rikarion, il centauro alato con un corno luminoso, sembrava scomparso nel nulla. Giosuè odiava quella parola. Nulla.
Da quando aveva visto il Nulla Oscuro prendere la forma di Spillo e Tommy, quella parola non era più una parola normale. Era fredda. Scura. Pericolosa. Ogni mattina entrava a scuola sperando di vedere il coach. Ogni pomeriggio usciva senza averlo incontrato. E ogni volta le domande diventavano più pesanti. Dov’era finito? Perché non li aveva più chiamati? Aveva promesso che avrebbero parlato. Aveva detto: lunedì. Ma il lunedì era passato.
Poi il martedì. Poi il mercoledì. Poi altri giorni ancora. E nessuno aveva spiegato niente. Giosuè provò a chiedere a Emily. Più di una volta. Lei rispondeva sempre nello stesso modo.
— Non lo so.
Ma lo diceva guardando altrove. E quando Emily guardava altrove, Giosuè aveva imparato a non fidarsi del tutto. Non perché mentisse. Non sempre. Ma perché spesso teneva una parte della verità nascosta da qualche parte, come un pallone dietro la schiena prima di una finta. Anche Matteo sembrava diverso. Continuava a fare battute. Continuava a mangiare merendine all’intervallo. Continuava a dire che la professoressa Salerni assegnava compiti come se volesse allenare una squadra di maratoneti. Però ogni tanto si fermava. All’improvviso. Guardava il vuoto. Poi si scuoteva e tornava a parlare come se niente fosse. Giosuè se ne era accorto. Emily se ne era accorta. Matteo forse no. O forse faceva finta. In quei giorni non riuscirono nemmeno a parlare davvero. Non come avrebbero dovuto. A scuola c’erano sempre compagni intorno.
A casa i compiti. Il sabato era passato tra impegni, famiglia e pensieri. La domenica era sembrata troppo breve. Si erano visti, sì. Ma mai abbastanza. Mai da soli per dire tutto. Mai con il tempo necessario per guardarsi negli occhi e chiedere: Che cosa siamo diventati? Che cosa dobbiamo fare? Chi dobbiamo cercare? E soprattutto... Il Nulla Oscuro era davvero stato sconfitto?
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Il giovedì mattina iniziò come una giornata qualsiasi. Cielo grigio. Zaino pesante. Colazione fatta troppo in fretta. Luca che gli ricordava di non dimenticare il quaderno di matematica. Marika, detta Mally, che gli chiedeva se nella squadra della scuola prendevano anche le sorelle più piccole, purché molto più intelligenti dei fratelli.
— No — aveva risposto Giosuè.
— Peccato. Avrei vinto io.
— Tu non giochi a basket.
— Appunto. Sarebbe stato umiliante per te.
Luca aveva riso. Giosuè no. O meglio, un po’ sì. Ma solo un po’. Arrivò a scuola con la solita sensazione nello stomaco. Quella di chi aspetta qualcosa senza sapere se arriverà davvero. Davanti al cancello trovò Matteo. Aveva lo zaino su una spalla e stava fissando un panino come se contenesse risposte importanti.
— Buongiorno — disse Giosuè.
— Dipende.
— Da cosa?
— Da quello che c’è nella verifica di grammatica.
— C’è una verifica?
Matteo lo guardò.
— No. Ma io vivo preparato al peggio.
Emily arrivò pochi secondi dopo. Felpa azzurra. Pallone sotto il braccio. Capelli raccolti in una coda. Camminava tranquilla, ma Giosuè notò che guardava verso la palestra. Sempre lì. Sempre quel posto.
— Hai visto il coach? — chiese lui.
Emily scosse la testa.
— No.
— Nemmeno oggi?
— Nemmeno oggi.
Matteo sospirò.
— Magari i centauri alati hanno molte riunioni.



