— Gege, svegliati. Siamo arrivati.
Giosuè aprì lentamente gli occhi. Per qualche secondo rimase immobile, con la testa appoggiata al finestrino del furgone. Fuori scorrevano case che non aveva mai visto. Strade sconosciute. Alberi sconosciuti. Persino l'aria sembrava diversa.
Poi vide gli scatoloni accatastati dietro di lui. E ricordò tutto. Il trasferimento. La nuova città. La nuova scuola. La nuova vita. Una vita che non aveva scelto.
Strinse più forte la sua palla da basket. Era vecchia. Consumata. Piena di graffi. Ma per lui valeva più di qualsiasi altra cosa trasportata in quel furgone. Gliel'aveva regalata suo padre Luca quando aveva sei anni. Da allora non l'aveva mai lasciata.
— Papà, quante volte ti devo dire di non chiamarmi Gege?
Luca sorrise senza staccare gli occhi dalla strada.
— Mai abbastanza.
— Ho undici anni.
— Lo so.
— Quindi non sono più un bambino.
— Certo. Infatti tra poco ti farò scaricare trenta scatoloni.
Dal sedile posteriore arrivò una risata.
— Gege! Gege! Gege!
— Mally!
Marika scoppiò a ridere. Aveva otto anni e sembrava divertirsi un mondo a prendere in giro il fratello maggiore.
— Dai Gege, non fare quella faccia.
— Quale faccia?
— Quella da funerale.
— Non ho una faccia da funerale.
— Sì che ce l'hai.
Luca rise. Giosuè sbuffò e tornò a guardare fuori. La nuova casa apparve dietro una curva. Una villetta con il tetto rosso. Un piccolo giardino. Una staccionata bianca. Bella. Molto bella. Ma non era casa sua.
Casa sua era dove c'erano gli Air Wolves. La sua squadra. I suoi amici. Gli allenamenti. Le partite. Il campetto dietro scuola. Le sfide fino al tramonto. Tutto era rimasto a trecento chilometri di distanza. E lui sentiva già la mancanza di tutto.
Passarono la mattina a scaricare scatoloni. Quando finalmente riuscì a salire nella sua nuova camera, Giosuè si lasciò cadere sul letto. La stanza era ancora quasi vuota. Posò la palla accanto a sé. Aprì il telefono. La chat degli Air Wolves era piena di messaggi.
Marco: "Sei arrivato?"
Leo: "Trova una squadra forte così magari impari a giocare."
Andrea: "Non dimenticare il 35."
Giosuè sorrise. Poi sospirò. Scrisse soltanto:
"Giosu: Arrivato. Vi aggiorno."
Mise via il telefono. In quel momento bussarono alla porta.
— Gege?
— Papà?
— Vieni un attimo.
— Devo scaricare altri scatoloni?
— No.
— Allora mi preoccupo.
Luca rise.
— Fidati.
Quella parola. Sempre quella parola. Ogni volta che suo padre diceva "fidati", succedeva qualcosa. A volte bello. A volte disastroso.
Lo seguì fino al giardino posteriore. Attraversarono il prato. Poi superarono una siepe. Giosuè si fermò. Il cuore perse un battito.
Dietro casa c'era un piccolo campo da basket. Perfetto. Canestro nuovo. Retina bianca. Asfalto appena fatto. E soprattutto... Le linee gialle. Le stesse identiche linee gialle del campetto dove aveva imparato a giocare.
Per un attimo non riuscì a parlare.
— Papà...
— Ti piace?
— È incredibile.
— Ho pensato che potesse aiutare.
— Le linee sono uguali.
— Lo so.
— Le hai fatte apposta?
— Certo.
Giosuè sentì un nodo in gola.
— Come hai fatto a ricordartelo?
Luca sorrise.
— Perché sei mio figlio.
Per qualche secondo nessuno parlò. Poi Giosuè prese il pallone. Entrò nel campo. Palleggiò.
TUM.
TUM.
TUM.
Quel rumore gli riempì il petto. Sembrava casa. Sembrava normalità. Sembrava felicità.
Fece qualche passo indietro. Piegò le ginocchia. Tirò.



